Quanto vale lo spreco alimentare? A quante persone si può assicurare un pasto con il cibo salvato? E a quanto può
ammontare il risparmio economico delle famiglie che sfruttano particolari offerte a prezzi scontati sugli alimenti invenduti? Domande che oggi assumono un significato ancora più importante, visti i costi alle stelle di generi alimentari e carburati a causa delle crisi e dei conflitti che stanno scuotendo il mondo. Perché, alla fine, come sempre, a pagare il conto finale sono i consumatori. In questo contesto diventano ancora più apprezzabili le iniziative che puntano ad assicurare un pasto a chi si trova in uno stato di povertà alimentare. Ma non solo. Perché anche chi ha un lavoro e uno stipendio, oggi, fa fatica a far quadrare i conti a fine mese. In questo ambito si muovono associazioni nazionali e locali, come la milanese Recup, la romana ReFoodGees e gli Ecomori di Torino, e realtà più tecnologiche come Too Good to Go. Tutte sono accumunate da un unico obiettivo: ridurre gli sprechi e, al tempo stesso, aiutare le famiglie. Non meno rilevante è il ruolo della Gdo, dei mercati rionali o semplici negozi che, con la loro adesione alle diverse iniziative di recupero del cibo, contribuiscono ad alleggerire le difficoltà di molti.
Passando ai numeri dell’indagine, ammontano a più di 48mila le tonnellate di prodotti alimentari donati a fini sociali dalla Grande distribuzione organizzata per un controvalore di circa 229 milioni di euro, mentre sono 1.681 le imprese coinvolte. In totale, sono invece quasi 57mila le tonnellate di alimenti recuperati e donati a fini sociali e poco più di 8mila le tonnellate destinate al riuso circolare. Accanto a queste attività ci sono le promozioni commerciali e le offerte di beni scontati che portano alla valorizzazione economica di quasi 108mila tonnellate di alimenti.
La ricerca evidenzia anche che la donazione è una pratica ancora poco diffusa in Italia e il grado di partecipazione dipende spesso dalle dimensioni dell’impresa stessa. Più in particolare:
Anche la tecnologia aiuta a contrastare lo spreco alimentare. Da questo punto di vista, uno degli strumenti più diffusi in Italia è rappresentato dalla app Too Good To Go. Dal suo arrivo in Italia, nel 2019, la app, con le sue Surpise Bag e Box Dispensa, ha permesso alle famiglie di risparmiare più di 310 milioni di euro, confermandosi come un mezzo concreto di aiuto alle famiglie. Ammontano inoltre a 34 milioni i pasti salvati attraverso il coinvolgimento di oltre 26mila partner come panifici, bar, pasticcerie, negozi alimentari di vicinato, supermercati e grandi catene della ristorazione. Si tratta di risultati significativi soprattutto se si pensa che, a febbraio scorso, il carrello della spesa è cresciuto del 2,2% su base annua. Percentuale che, secondo l’Istat, sale al +3,6% per quanto riguarda gli alimentari freschi. Agli aumenti appena citati, si aggiunge la crescita dei costi energetici che impattano in modo importante sul potere di acquisto dei consumatori.
ammontare il risparmio economico delle famiglie che sfruttano particolari offerte a prezzi scontati sugli alimenti invenduti? Domande che oggi assumono un significato ancora più importante, visti i costi alle stelle di generi alimentari e carburati a causa delle crisi e dei conflitti che stanno scuotendo il mondo. Perché, alla fine, come sempre, a pagare il conto finale sono i consumatori. In questo contesto diventano ancora più apprezzabili le iniziative che puntano ad assicurare un pasto a chi si trova in uno stato di povertà alimentare. Ma non solo. Perché anche chi ha un lavoro e uno stipendio, oggi, fa fatica a far quadrare i conti a fine mese. In questo ambito si muovono associazioni nazionali e locali, come la milanese Recup, la romana ReFoodGees e gli Ecomori di Torino, e realtà più tecnologiche come Too Good to Go. Tutte sono accumunate da un unico obiettivo: ridurre gli sprechi e, al tempo stesso, aiutare le famiglie. Non meno rilevante è il ruolo della Gdo, dei mercati rionali o semplici negozi che, con la loro adesione alle diverse iniziative di recupero del cibo, contribuiscono ad alleggerire le difficoltà di molti.
Un’indagine fotografa la lotta allo spreco alimentare
In tal senso, sono interessanti i dati di una ricerca presentata da Banco Alimentare a Tuttofood, evento dedicato al sistema alimentare, che si è svolto a Milano dal 12 al 14 maggio. L’indagine è stata realizzata dal Food Sustainability Lab della POLIMI School of Management del Politecnico di Milano e dalla Fondazione per la Sussidiarietà, ed è stata promossa da Fondazione Banco Alimentare ETS. La POLIMI ha avuto il compito di analizzare il ruolo della distribuzione nel recupero delle eccedenze alimentari. La Fondazione per la Sussidiarietà ha invece svolto un’indagine statistica complementare realizzata sulla base dei dati raccolti. Il primo dato che emerge è che la Grande distribuzione organizzata è centrale nella lotta allo spreco alimentare. E, inoltre, tanto più grande è l’impresa quanto maggiore è il contributo in termini di donazioni.Quanto valgono le donazioni di cibo e chi le fa
Passando ai numeri dell’indagine, ammontano a più di 48mila le tonnellate di prodotti alimentari donati a fini sociali dalla Grande distribuzione organizzata per un controvalore di circa 229 milioni di euro, mentre sono 1.681 le imprese coinvolte. In totale, sono invece quasi 57mila le tonnellate di alimenti recuperati e donati a fini sociali e poco più di 8mila le tonnellate destinate al riuso circolare. Accanto a queste attività ci sono le promozioni commerciali e le offerte di beni scontati che portano alla valorizzazione economica di quasi 108mila tonnellate di alimenti.
La ricerca evidenzia anche che la donazione è una pratica ancora poco diffusa in Italia e il grado di partecipazione dipende spesso dalle dimensioni dell’impresa stessa. Più in particolare:
- circa il 50% delle imprese della Gdo dona le eccedenze,
- la pratica della donazione interessa il 93% delle aziende di grandi dimensioni,
- le medie imprese sono coinvolte nel 54% dei casi,
- le piccole imprese rappresentano il 43% del totale.
Perché alcune imprese donano di più e altre meno
La propensione a donare non dipende solo dalla buona volontà. Ci sono altri fattori che influiscono su tali scelte. Lo studio di POLIMI, Fondazione Banco Alimentare e Fondazione per la Sussidiarietà evidenzia che per le imprese più grandi della GDO la decisione di donare dipende anche da una maggiore consapevolezza. E tale consapevolezza porta queste aziende a strutturarsi in termini di gestione delle eccedenze con anche figure professionali dedicate. Le eccedenze vengono regolarmente misurate, così come sono stabili le relazioni con enti del Terzo Settore specializzati. Non a caso, sono le grandi imprese che contribuiscono di più con una quota del 55% della quantità complessiva donata e con donazioni medie di 274 tonnellate annue per azienda. Altri fattori che influiscono positivamente sulla scelta di donare sono:- la facilità a comunicare con gli enti che ricevono gli alimenti. Cosa che determina un aumento del 13/14% delle probabilità che l’impresa doni in modo continuativo,
- una figura professionale dedicata alla gestione delle eccedenze che fa crescere le donazioni di circa l’8%,
- anche la vicinanza territoriale all’ente che riceve influisce in modo significativo alla continuità delle donazioni.
Come si può risparmiare riducendo lo spreco alimentare
Anche la tecnologia aiuta a contrastare lo spreco alimentare. Da questo punto di vista, uno degli strumenti più diffusi in Italia è rappresentato dalla app Too Good To Go. Dal suo arrivo in Italia, nel 2019, la app, con le sue Surpise Bag e Box Dispensa, ha permesso alle famiglie di risparmiare più di 310 milioni di euro, confermandosi come un mezzo concreto di aiuto alle famiglie. Ammontano inoltre a 34 milioni i pasti salvati attraverso il coinvolgimento di oltre 26mila partner come panifici, bar, pasticcerie, negozi alimentari di vicinato, supermercati e grandi catene della ristorazione. Si tratta di risultati significativi soprattutto se si pensa che, a febbraio scorso, il carrello della spesa è cresciuto del 2,2% su base annua. Percentuale che, secondo l’Istat, sale al +3,6% per quanto riguarda gli alimentari freschi. Agli aumenti appena citati, si aggiunge la crescita dei costi energetici che impattano in modo importante sul potere di acquisto dei consumatori.