Una nuova metodologia Ue misura gli sprechi

Dal 6 maggio la Ue ha adottato una nuova  metodologia che permetterà di misurare più efficacemente l’entità del fenomeno nei Paesi membri.

Prima del lancio della metodologia si è svolta una consultazione pubblica che ha coinvolto dal 3 marzo al 4 aprile scorsi cittadini e stakeholder.

La Ue stima che nell’Eurozona, ogni anno, viene sprecato il 20% del cibo prodotto, causando “danni sociali, ambientali ed economici inaccettabili”.

Secondo Bruxelles, una maggiore quantità di informazioni e dati sullo spreco permetterà di fronteggiare meglio il problema, intraprendendo azioni più efficaci.

La Commissione ha perciò adottato un ‘atto delegato’ (delegated act) che sancisce l’introduzione della nuova metodologia. L’obiettivo è sostenere i Paesi membri nella quantificazione degli sprechi in ogni fase della catena alimentare.

Il nuovo sistema permetterà infatti di monitorare e misurare i livelli di spreco in tutti gli Stati membri della Ue, partendo da una definizione comune di ‘rifiuto alimentare’.

Su queste basi, secondo la Commissione, sarà più facile prevenire il fenomeno e promuovere la circolarità della catena alimentare, con l’obiettivo minimizzare gli sprechi.

Attraverso la nuova metodologia, i Paesi dell’Eurozona dovrebbero mettere in atto un programma di monitoraggio con orizzonte temporale al 2020. Obiettivo: trasferire alla Commissione, entro la metà del 2022, le prime nuove informazioni e i primi dati sui livelli di di spreco alimentare.

Lo spreco di cibo è uno dei principali dieci indicatori del Circular Economy Monitoring Framework e determina ricadute negative sull’economia, sull’ambiente e sul clima. Mentre la prevenzione dello stesso è una priorità del Circular Economy Action Plan lanciato dalla Ue nel 2015. Tra gli obiettivi del Piano, l’adozione di misure finalizzate a “chiarire la legislazione dell’Unione relativa ai rifiuti, agli alimenti e ai mangimi e facilitare il dono di alimenti”.

L’obiettivo dell’Unione europea è dimezzare lo spreco di cibo entro il 2030 coerentemente con quanto richiesto dai Sustainable Development Goal Target 12.3.

Ricordiamo infine che l’Italia è tra i pochi Paesi Ue che, con la legge 166/2016, conosciuta anche come legge Gadda, ha introdotto sul tema un quadro normativo che è forse il più avanzato di tutta l’Unione.

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