Ecco come i residui della frutta vengono trasformati in carta

Vi abbiamo già raccontato della similpelle ottenuta con gli scarti dell’uva, dei filati ricavati dalle bucce di arancia e del tessuto creato utilizzando le eccedenze del latte. Oggi, vi voglio parlare di un’eccellenza italiana – la Favini di Rossano Veneto, in provincia di Vicenza – che si può definire una vera e propria pioniera nel campo del riutilizzo degli scarti provenienti dalla filiera agroalimentare e che produce carte di alta qualità a basso impatto ambientale.

Una storia che, all’insegna dell’upcycling (riuso creativo), inizia negli anni 90, quando l’azienda veneta lancia la Shiro Alga Carta, un materiale innovativo ricavato dalle alghe che infestavano la Laguna di Venezia, centrando così un duplice obiettivo: liberare la Laguna da questi organismi invasivi e pericolosi per l’ecosistema, e azzerare le emissioni di CO2 generate dai processi produttivi, grazie all’acquisto di crediti di carbonio, cioè certificati che, a livello di emissioni, attestano per ognuno l’avvenuta riduzione di una tonnellata di anidride carbonica equivalente. Attualmente, per la produzione della Shiro, vengono utilizzate alghe provenienti da ambienti a rischio di altre parti del mondo.

Il passo successivo è datato 2012. Ed è qui che entrano in campo gli scarti prodotti dall’industria alimentare. Nasce la carta Crush, composta per il 15% dai residui della lavorazione dei vegetali come: uva, ciliegie, lavanda, mais, caffè, kiwi (in particolare la peluria che viene tolta per ripulirli prima di essere messi in commercio), nocciole, mandorle, olive e agrumi. E, a proposito di agrumi, potete cliccare qui se volete vedere come la Favini produce la carta utilizzando le bucce essiccate delle arance. Quest’ultimo ‘ingrediente’ viene normalmente utilizzato (circa il 20%) per la produzione di mangimi nel settore zootecnica o come combustile, mentre il rimanente 80% finirebbe in discarica se non fosse polverizzato e poi introdotto nell’impasto della carta.

Dal 2013 prendono avvio altri progetti in collaborazione con grandi aziende italiane e non che hanno messo a disposizione della Favini quei prodotti alimentari non più utilizzabili nei loro processi di lavorazione o gli scarti degli stessi per la creazione di nuovi tipi di carta. Come la carta Crusca, le carte ottenute dalla lavorazione di fagioli e lenticchie non più commercializzabili o, ancora, le buccia degli acini d’uva rimasti dopo la spremitura dei grappoli, forniti all’azienda veneta dalla maison francese Veuve Clicquot.

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