Le pratiche circolari si fanno largo nel sistema agroalimentare italiano

In un contesto caratterizzato da cambiamenti normativi, pressioni sui mercati e nuove aspettative dei consumatori, e nel quale la sostenibilità rappresenta sempre più una leva strategica per rafforzare la competitività e la resilienza del sistema agroalimentare, le aziende del settore, soprattutto le più grandi, fanno progressi.  Oggi, la distribuzione genera quasi 632 milioni di euro di valore sociale grazie al recupero delle eccedenze alimentari in Italia, pari a circa 135 mila tonnellate di prodotti recuperati ogni anno, mentre il 71% delle aziende del settore adotta almeno una pratica di valorizzazione delle eccedenze contro gli sprechi. Il 76% delle grandi imprese monitora le eccedenze alimentari, quota che scende al 39% tra le piccole imprese, e il 44,5% delle aziende realizza donazioni per fi

La seconda edizione dell'Osservatorio Food Sustainability del Politecnico di Milano

A delineare il quadro la ricerca del Food Sustainability Lab e dell’Osservatorio Food Sustainability recentemente presentata a Milano nella sua seconda edizione durante il convegno “Dalle regole alla visione, la sostenibilità è leva di innovazione per l’agroalimentare!. L’Osservatorio è parte del Food Sustainability Lab, centro di conoscenza multidisciplinare sui temi dell’innovazione per la sostenibilità dei sistemi agroalimentari, che riunisce professori e ricercatori del Dipartimento di Ingegneria Gestionale, Dipartimento di Chimica, Materiali e Ingegneria Chimica “Giulio Natta”, e del Dipartimento di Architettura, Ingegneria delle Costruzioni e Ambiente Costruito del Politecnico di Milano. L’Osservatorio è inoltre uno degli oltre 50 differenti filoni di ricerca degli Osservatori Digital Innovation della POLIMI School of Management (www.osservatori.net).  

Il quadro che emerge dalla ricerca prova come la sostenibilità nel settore agroalimentare stia vivendo una fase di maturazione. “Negli ultimi anni è cresciuta la consapevolezza del ruolo che le imprese possono svolgere nel generare valore non solo economico, ma anche ambientale e sociale -  spiega infatti Federico Caniato, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Food Sustainability -. Tuttavia, il percorso di transizione resta complesso e richiede una capacità sempre maggiore di collaborazione tra gli attori della filiera, di condivisione delle informazioni e di integrazione della sostenibilità nei processi decisionali”.

Le grandi imprese investono in sostenibilità mentre molte PMI fanno fatica 

Il documento delinea un quadro all’interno del quale - spinta dalle  normative europee alla trasparenza e alla rendicontazione - è sempre più centrale l’attenzione alla raccolta e gestione di dati. “È proprio su questo terreno che in prospettiva si giocherà una parte importante della competitività futura della filiera agroalimentare – spiega Chiara Corbo, Direttrice dell’Osservatorio Food Sustainability - Oggi, i risultati della ricerca mostrano un comparto che sta accelerando su diversi fronti della sostenibilità, ma con livelli di maturità ancora molto differenziati. Le grandi imprese stanno investendo in strumenti di tracciabilità, tutela della biodiversità e competenze ESG, mentre per molte PMI permangono ostacoli legati ai costi, alla disponibilità di risorse e alla complessità degli adempimenti”.

Obiettivo per il 2030, ridurre la produzione annua di rifiuti di 170mila tonnellate 

Centrale per il settore è la nuova Direttiva UE sui rifiuti segna un passaggio cruciale nelle politiche europee di prevenzione dello spreco alimentare: entro il 2030 è previsto l’obbligo di una riduzione del 10% dei rifiuti generati nella produzione e trasformazione, e del 30% pro capite di quelli provenienti dal commercio al dettaglio, dalla ristorazione, dai servizi di catering e dai nuclei familiari rispetto alla quantità media registrata nel periodo 2021-2023. Un obiettivo da non sottovalutare se si considera una produzione media annua di rifiuti alimentari pari a oltre 565 mila tonnellate nel periodo 2021-2023 (la riduzione richiesta entro il 2030 corrisponde a circa 170 mila tonnellate annue) ma non irraggiungibile. Secondo la ricerca dell’Osservatorio Fppd Sustainability, la quasi totalità delle grandi insegne della GDO che oggi pubblica un bilancio di sostenibilità ha incluso all’interno del reporting almeno una pratica volta a prevenire la generazione di eccedenze alimentari. 

Le opzioni sono varie: si va dalla promozione commerciale di prodotti prossimi alla scadenza, implementata dal 41% delle aziende della distribuzione, a investimenti in sistemi avanzati di previsione della domanda e ottimizzazione delle scorte, che contribuiscono a migliorare l’efficienza gestionale e ridurre le eccedenze. Per tornare all’importanza del monitoraggio e della raccolta di dati, la misurazione e il monitoraggio dello spreco, fondamentali per pianificare interventi mirati e strategie efficaci, rappresentano una frontiera ancora in via di consolidamento, soprattutto per le aziende di dimensione ridotta.

Il 71% delle imprese del settore adotta una pratica di valorizzazione delle eccedenze

Nel complesso, il 43% delle imprese della distribuzione dichiara di monitorare le proprie eccedenze, principalmente attraverso scansione dei codici a barre e analisi dei dati gestionali. La quota cresce sensibilmente tra le grandi imprese, raggiungendo il 76%, mentre si ferma al 39% tra le piccole realtà. Al di là delle attività di prevenzione, attualmente circa il 71% delle imprese del settore adotta almeno una pratica di valorizzazione delle eccedenze.

Tra queste, la donazione per fini sociali – che rappresenta la soluzione prioritaria secondo la gerarchia europea – è oggi effettuata dal 44,5% delle imprese della distribuzione. La sua diffusione, tuttavia, è fortemente influenzata dalla dimensione aziendale: le grandi imprese donano nell’83% dei casi con elevata frequenza, mentre le PMI mostrano tassi di adozione inferiori, rispettivamente 42% e 46%, e una minore frequenza nelle donazioni. In parallelo alla donazione, emergono altre strategie di valorizzazione circolare delle eccedenze e degli scarti. Il 43% delle imprese adotta infatti almeno una pratica alternativa alla donazione: il 24% ricorre ad altre forme di riuso circolare, mentre circa il 13% si concentra su forme di riciclo e recupero.

Le imprese che donano risultano più impegnate anche su altri fronti della circolarità: il 54% delle donatrici adotta ulteriori forme di riuso, contro il 40% delle non donatrici. Analogamente, le pratiche di riciclo e recupero dei residui risultano più diffuse tra le imprese donatrici (18% contro 11%). Annualmente, il settore della distribuzione in Italia dona quindi circa 459 milioni di euro di prodotti alimentari per scopi sociali, corrispondenti a quasi 98 mila tonnellate. Considerando anche le eccedenze riutilizzate per il consumo umano tramite altre forme di circolarità, si stima che il contributo sociale complessivo generato dalla distribuzione italiana ammonti a quasi 632 milioni di euro, pari a quasi 135 mila tonnellate all’anno.

 

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