Spreco alimentare, le città in prima linea con food policies e buone pratiche

Entro il 2050 due persone su tre vivranno in insediamenti urbani ed è proprio in questi ambiti che sarà consumato l’80% del cibo. Che le città abbiano un ruolo di primo piano nella distribuzione del cibo e contemporaneamente nella lotta agli sprechi alimentari era risaputo. Ultimamente sottolineato da una ricerca – il report “Cibo, Città, Sostenibilità. Un tema strategico per l’Agenda 2030” – realizzata da Fondazione Barilla e il Gruppo di Lavoro del Goal numero 2 di ASviS e successivamente da uno studio di Fondazione CMCC. Negli ultimi anni, le città sono state chiamate a diventare agenti del cambiamento e della ricerca di nuove soluzioni per definire sistemi alimentari più sostenibili attraverso il contrasto alla povertà alimentare, il consumo responsabile, la sostenibilità urbana. Con le loro politiche hanno esplorato innovazioni di policy, attivato forme di sperimentazione sull’utilizzo agricolo degli spazi periurbani, realizzato circuiti locali di consumo e di redistribuzione alimentare su base sociale. E con le loro food policy hanno contrastato lo spreco alimentare e i relativi risvolti, sia sociali sia ambientali. 

Qual è il problema

“Il problema dello spreco alimentare è riconosciuto come una delle più gravi distorsioni dell’attuale sistema di produzione del cibo”, spiega Marta Antonelli, senior scientist presso la Fondazione CMCC e Direttore Ricerca di Fondazione Barilla. “Parliamo di distorsione perché, a fronte di una perfetta edibilità del cibo, si osservano spesso perdite (nelle prime fasi della filiera alimentare, nel tragitto tra il campo e la vendita al dettaglio -esclusa-), oppure sprechi (nelle ultime, a livello di vendita al dettaglio e di consumo), con significativi impatti a livello economico, sociale e ambientale. In tutto il mondo, ogni anno il 14% circa dei prodotti alimentari si perde prima di arrivare al mercato. Problemi alle infrastrutture, vizi di manipolazione, inadeguatezza delle modalità di trasporto, condizioni meteorologiche estreme, problemi nello stoccaggio e conservazione dei prodotti, che colpiscono soprattutto i cibi più deperibili, come frutta e verdura”. I motivi come appare chiaro sono molti e non mancano le responsabilità dei consumatori o degli addetti al servizio della ristorazione attraverso comportamenti più o meno corretti.

Le food policy

Di come i centri urbani possano gestire la filiera alimentare nel migliore dei modi evitando gli sprechi alimentari si è parlato anche durante uno degli appuntamenti organizzati nell’ultima edizione di Terra Madre Bergamo, che come altri eventi si è svolta online. Cosa è una food policy? Sono molti i significati di un termine che ha una vasta applicazione: all’economia al sociale, al governo del territorio alle politiche di sviluppo locale, e poi ancora alle politiche di welfare, l’educazione, il diritto al cibo, i problemi dell’approvvigionamento e i modelli di distribuzione del cibo, la lotta allo spreco e le problematiche legate alla salute, fino al turismo e alla valorizzazione delle aree verdi. Tema centrale quello che riguarda la lotta allo spreco di cui ha parlato Anna Scavuzzo, vicesindaco di Milano delegata alla Food Policy, che ha sottolineato l’importanza di condividere le esperienze, le strategie e le buone pratiche sperimentate in ogni singola realtà. Tema sul quale, Terra madre Bergamo organizzerà, nei prossimi mesi, una winter school rivolta ai sindaci lombardi.

 

A che punto siamo

Capire quali siano le iniziative urbane anti-spreco in Italia è l’obiettivo che si sono dati gli autori del report “Cibo, Città, Sostenibilità. Un tema strategico per l’Agenda 2030”.  Attraverso un’analisi della letteratura del settore, hanno cercato di delineare una mappa delle iniziative urbane anti-spreco alimentare. Iniziative che hanno un ampio respiro e vanno, ad esempio, dal fornire informazioni ai cittadini o migliorare le loro consapevolezza sul tema all’attivare strumenti del mercato, come ad esempio incentivi fiscali, o politiche regolatorie, che stabiliscono degli obiettivi da raggiungere. Senza contare le cosiddette iniziative di nudging il cui obiettivo è influenzare l’adozione di specifici comportamenti. L’analisi mette in luce anche come molte città – italiane come Bari, Bologna, Milano, Torino, Genova, Venezia e Cremona, ma non solo – stiano utilizzando la lotta allo spreco per mitigare la povertà alimentare e l’esclusione sociale delle fasce più vulnerabili della popolazione, per esempio attraverso sistemi di donazione delle eccedenze di cibo, o la creazione di nuove opportunità di lavoro nell’economia circolare. Un percorso oggi possibile grazie alla Legge Gadda.

Le esperienze partecipative

“Se andassimo a vedere le azioni che i diversi comuni italiani hanno intrapreso sul sistema alimentare – dice ancora  Marta Antonelli – vedremmo che le azioni sono molteplici; quello che è ancora raro, è avere una gestione integrata, cioè che guardi veramente al cibo dal campo alla tavola, fino alla gestione del rifiuto, in maniera integrata, multisettoriale, e di conseguenza anche multi-attoriale. In molte città si assiste adesso alla nascita di nuovi organismi di supporto, i cosiddetti Food Policy Council, esperienze partecipative, bottom up e multi-attoriali, che hanno avuto un ruolo importante anche nel creare quelle reti di advocacy che hanno richiesto al sistema istituzionale locale un approccio al cibo diverso, più sostenibile e integrato”

Le strategie da adottare

Quali le strade da prendere quindi? In tutti i consessi le strategie più efficaci indicate passano attraverso l’azione sui mercati rionali, le mense scolastiche, le mense caritatevoli, gli incentivi per ridurre gli sprechi. La città di Milano, per esempio, ha ridotto la tassa sui rifiuti a chi dimezzava i propri livelli di spreco alimentare, e si è impegnata con tutta una serie di azioni, fra cui questo tipo di incentivi, a dimezzare lo spreco alimentare entro il 2030. Sempre la capitale lombarda ha aperto alcuni hub di quartiere attraverso i quali raccogliere le eccedenze da ristoranti e grande distribuzione a livello di Municipio per una distribuzione capillare sul territorio.

Le ripercussioni ambientali

Il cibo sprecato è considerato tra le principali fonti di emissioni urbane. Nel 2017, nelle maggiori città del mondo, le emissioni di gas serra dovute a produzione e consumo di cibo erano il 13% del totale di quelle generate a livello urbano e nel 2050, si stima potranno crescere fino a circa il 40%. Altri dati eloquenti: il Rapporto Speciale dell’IPCC Climate Change and Land (2018) stima che fino al 37% delle emissioni globali totali siano attribuibili al sistema alimentare considerato nel suo complesso, dalla produzione fino al consumo e allo spreco. In Europa, con 88 milioni di tonnellate di cibo sprecato ogni anni (pari a 173 kg a testa) si stima inoltre che il 15% degli impatti totali sull’ambiente della catena di produzione del cibo siano attribuibili proprio agli sprechi alimentari.

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